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sabato 12 marzo 2016

Stamattina, poco dopo l'alba.
Non riesco a dormire.
Mi alzo piano, la schiena stride.
Ritrovo i miei gesti, piccoli, silenziosi, banali, ma rituali e avvolgenti.
Con la solita tazza fumante, un caldo caffè e latte, esco in terrazza.
L'aria e' fredda, non ha la pesantezza di ieri, la respiro pienamente per un lungo attimo.
Nuvole residue dell'umidità notturna mi promettono sottovoce che oggi proveranno a regalarmi qualche raggio di sole.
Sarà possibile fare una passeggiata tra i campi in mezzo ai vigneti.
Saluto il mandorlo, un giovane mandorlo che mi ha fatto compagnia durante tutto l'inverno, nel piccolo giardino di fronte alla mia terrazza.
Ha iniziato da un po a sentire l'arrivo della primavera, e tra germogli e primi fiori mi colora gli occhi in queste ultime mattine.
È stato li, muto, infreddolito, esile quasi fragile tutto l'inverno e ora in tutta la sua delicata bellezza e in un'umile forza lui si dice:
" sono ancora qui, ce l'ho fatta, le ennesime fatiche nella stagione delle intperie non mi hanno spezzato, sconfitto".
Lo guardo con un sorriso che sa di materno, lo guardo e son fiera di lui.
Mi domando così quanto crediamo di sapere di noi stessi, degli altri,
e quanto poco forse sappiamo in realtà,
penso che noi uomini, intesi come genere umano, non riusciamo a essere giusti,
mai competente,
 che la vera giustezza sta solo nell'equilibrio della natura,
nelle possibilità che da di germogliare e rifiorire ancora,
nonostante la severità del susseguirsi delle stagioni.

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