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domenica 29 novembre 2015

Portatrici carniche...

Ho finito di leggere "Donne in parete".
Ho potuto così conoscere, oltre ai nomi delle principali protagoniste dell'alpinismo femminile, anche la storia delle portatrici carniche che ignoravo completamente.
A loro è dedicata la prima parte del testo e ha stimolato non poco le mie visioni proiettandomi in quel momento storico sino a immaginare di poter essere una di loro.
Non si trattava per queste donne di alpinismo nel senso della ricerca della vetta.
Di sicuro sono state le precorritrici di ciò che sarebbe diventato l'alpinismo e l'arrampicata al femminile.
Le portatrici carniche erano donne, che al posto degli uomini emigrati o impegnati nei lavori dei campi, accompagnavano alpinisti sia italiani che stranieri venendo impiegate proprio nel ruolo di portatore , gerle in spalla, dentro tutto il pesante materiale necessario per l'ascesa.
Negli anni della prima guerra mondiale vennero arruolate come "portatrici belliche".
Questo unico e insolito fenomeno venne sentito lungo il fronte carnico, specie verso il settore di Monte Croce.
Gli Austriaci avrebbero facilmente potuto sfondare verso Tolmezzo mettendo in difficoltà le nostre truppe.
Gli uomini del Friuli, emigrati per lavoro in Germania e in Austria, nel momento della dichiarazione della guerra fecero ritorno nel loro paese, molti in modo assolutamente coatto, venendo subito arruolati dall'esercito italiano.
Abbandonarono immediatamente le loro case dopo averle appena raggiunte.
Fu richiesto tutto l'aiuto possibile anche alla popolazione civile, rimanevano dunque solo donne e bambini.
Le donne risposero compatte, per amore di patria (quella volta ancora condivisibile), le  arruolate furono circa duemila dai 13 anni di età sino ai 60, il loro desiderio era quello di poter essere di aiuto e giovamento ai loro cari, mariti, figli, fratelli impegnati al fronte.
Indossavano un bracciale rosso che doveva servire come riconoscimento, anche il nemico vedendo quei braccialetti le avrebbe riconosciute.
Ma dal nemico spesso non vennero rispettate proprio in quanto donne e non soldati.
Ogni mattina all'alba si presentavano ognuna presso il proprio comando, le gerle venivano riempite con viveri, munizioni, posta per i soldati, divise pulite, il carico poteva arrivare sino a 30  anche 40 chili.
Ore e ore di salite impegnative, con qualsiasi condizione metereologica, i piedi protetti da calzature che non avevano nulla di "tecnico" come quelle che esistono oggi, i loro calzari erano le "scarpez", scarpette di pezza o zoccoli di legno, portavano così quei pesanti carichi lungo gli erti pendii, pioggia, neve, gelo, scivolare sulla roccia bagnata e risollevarsi un attimo dopo.
Pochissime ore di riposo notturno, gerle che arrivate sulla cima, appena il tempo di consegnare ciò che andava consegnato alla truppa e nuovamente venivano riempite con ciò che era da riportare a valle.
Una paga di pochi centesimi, un po' meno della metà della paga dei soldati.
Le loro fatiche continuarono senza mai interruzione sino al 28 ottobre 1917 quando la sconfitta di Caporetto costrinse le  nostre truppe a ritirarsi precipitosamente sulla linea Piave-Grappa per non essere colti alle spalle dal nemico.
Così le preziose gerle diventano rifugio per l'indispensabile che sarebbe servito durante quella fuga, costretti e costrette a vivere nascosti in scuole abbandonate e caserme come profughi, solo la vittoria permise loro di far ritorno alle case d'origine.
Donne che hanno compiuto le loro salite instancabili senza arrampicare, una umile e preziosa presenza che faceva vivere loro il raggiungimento delle truppe come la più magnifica delle vette, spontaneo impulso etico e amore.
Presenze silenziose e rassicuranti operosità, se qualcuno avesse chiesto -Qualcuno conosce la strada?- ognuna di loro avrebbe potuto rispondere con un "si".
I libri di storia non parlano di queste piccole donne dalle mirabili imprese senza quasi nessun riconoscimento.
La legge che darà diritto anche a loro al sussidio concesso ai combattenti della guerra 15/18 è stata approvata solo nel 1980.
Non arrampicavano, no, ma le loro salite su sentieri mal segnalati o non segnalati affatto vale forse più di qualsiasi scalata.
Antesignane delle scalatrici sia storiche che contemporanee come Luisa Fonton, Paula Wiesinger che dopo l'incontro con Hans Steger non sciolse più il nodo di cordata che li tenne uniti sino alla fine dei loro giorni, così come Ninì Pietrasanta che arrampicò sempre con il suo compagno di vita e di cordata compiendo le imprese più belle,  Mary Varale la poliedrica Signora di Milano dallo spirito indipendente, ricercatissima dagli scalatori più famosi, Nives Meroi che ha salito tre volte gli ottomila metri, aperto vie della massima difficoltà e ha insieme al suo compagno Julius Kugy una predilezione per i bivacchi, incontro ideale il loro dato dall'unità di sentimento verso queste cime nonostante l'abisso tecnico che non li separerà mai.
Donne unite sia in guerra che in pace da ideali e passioni che vincono ogni fatica raggiungendo oltre la vetta un tipo di elevazione più intimo e interiore che la montagna raffigura.
Grazie a Roby che me lo regalò.
Si, era il momento giusto per leggerlo.

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