Il giorno della memoria e del ricordo.
Non è che di solito non ti penso e non ti parlo, ma sai bene quanto questa giornata sia particolare ogni volta.
Stamattina puntuale come un orologio svizzero ricevo la telefonata di mamma che mi dice di essere "incazzata nera" perché era a farti visita e ha trovato di nuovo il vaso privo dei fiori di plastica nuovi che ti aveva messo appena a Pasqua, dice che nell'ultimo anno li hanno rubati per ben 4 volte,
le ho consigliato di non metterne più, oltretutto tu odiavi i fiori, sia veri che finti,
me lo ricordo ancora che dicevi sempre:- quando muoio niente fiori di nessun tipo e niente corone, fate opere di bene piuttosto-.
A dire la verità anche io non ho mai rispettato sino in fondo questo tuo desiderio visto che quando passo a farti visita una rosa te la lascio sempre, spero che non me ne vorrai per questo.
Mi dispiace perché ci siamo visti l'ultima volta il mese di aprile dell'anno scorso.
So bene che te ed io possiamo stare insieme nei nostri pensieri ogni qual volta lo desideriamo, ma sapere che esiste un posto dove so che tu stai ha un non so ché di consolatorio, è come se ti potessi toccare,
non sono più riuscita a tornare a Genova da allora, sai bene, purtroppo, di tutti gli avvenimenti accaduti, so che sicuramente sarai dispiaciuto per quelli tristi e dolorosi che sono stati intensi e indimenticabili e mi perdonerai per questa lunga assenza che è stata solo fisica,
ma a Luglio sarò a casa per quasi una intera settimana e non mancherò di passare un po' di tempo con te, puoi starne certo.
Te ne partisti per l'altrove il 15 maggio del 1982, erano le due del mattino.
Camera mia nelle ultime settimane, in attesa della ormai vicina disfatta della quale tutti eravamo purtroppo consapevoli, era sempre occupata da qualche parente che si fermava da noi per non lasciare da sole me e mamma.
Io in quel periodo dormivo in salotto, in uno dei tipici mobile-letto ribaltabili che usavano tanto in quegli anni, ai lati del letto una fitta libreria, adoravi leggere, eri praticamente un autodidatta, non c'era cosa che non sapessi e di ciò che non sapevi ti informavi sempre curioso e proiettato verso la crescita che il sapere e l'informazione possono offrire.
Credo di avere ereditato proprio da te alcuni di quei geni positivi, anche se, aimè non tutti.
Le ultime letture alle quali ti eri dedicato, non certo per piacere, furono quelle della Enciclopedia medica sulla salute.
Nessuno ti voleva dire che cosa tu avessi, quale male o bestia misteriosa ti stesse consumando nutrendosi di te, così ti cercasti le informazioni da solo anche perchè la storia dell'ulcera duodenale degenerata proprio non te la eri bevuta, così come non era stato possibile farmelo credere a me nonostante i miei soli 14 anni.
Drammatica per me fu la scoperta quando un giorno di nascosto ascoltai mamma che parlava piano al telefono, quasi sussurrando, con qualche parente della Calabria:- Pippo ha un tumore, lo hanno aperto e ricucito, non si poteva far niente, non gli resta molto-
Un brivido carico di un gelo che già pareva venire dall'oltretomba mi invase lungo tutto il corpo, il cuore batteva come non lo avevo mai sentito, appena udite quelle parole le avevo immediatamente collegate all'evento della morte, un colpo, come se qualcuno mi avesse tirato un pugno nel petto.
Era una sensazione che ancora non sapevo avrei sentito altre volte nel corso della vita, era la paura.
Mi allontanai chiudendomi in camera per timore che lei mi vedesse e si sentisse "smascherata".
Non parlai, non dissi nulla, feci finta di non sapere, di non essermi accorta, ma nessuno ha mai pensato al perché non chiedessi mai di te e dei motivi per cui tu stessi cambiando così rapidamente.
E' particolare e stranissima la percezione del tempo che ho di quei periodi, tutto sembrava scorrere ad una velocità elevatissima e al contempo le giornate, durante le quali gli occhi si dilaniavano, alla vista di quella tua metamorfosi implacabile e così crudele, parevano non finire mai.
Non mi ricordo se pensavamo al domani, da un certo momento in poi non so se era più intensa la paura che il domani non arrivasse o la speranza di un successivo domani.
Già la speranza...
La paragono oggi ad un accanimento terapeutico nei confronti della nostra anima, per tenerla in vita il più possibile, in realtà prolunga solo i nostri tormenti e non ci fa guarire, non ci salva...
Oh certo, ho sperato, ho pregato, ho implorato, ho pianto,
mi ripetevo che Dio o chi per Lui non poteva farmi una cosa del genere,
non poteva farla a te...
Ma nessuna correzione era prevista per quel copione che andò avanti sino ai titoli di coda con la scritta "The End".Quella sera, quell'ultima sera, il copione tracciava per noi due la scritta indelebile di un momento tanto drammatico quanto indimenticabile e indissolubile l'uno per l'altra.
Mamma insisteva perché io andassi a letto, il giorno dopo la scuola mi aspettava, non so per quale strano motivo ma, io sentivo che il giorno dopo a scuola non sarei andata.
Avevo ragione io.
Dovetti comunque sottostare alle richieste di mamma,:-dai, saluta Papà e vai a dormire-.
Ero già seduta vicino a te, a fianco del letto.
Ormai da quattro giorni eri stato rapito da una specie di strano coma, non sentivi, non parlavi, non vedevi noi che ti stavamo attorno, stavi però giorno e notte con gli occhi aperti, sbarrati verso il soffitto bianco, le braccia sempre alzate con le mani in un movimento perpetuo come a tentar ti toccare chissà che o forse chissà chi...
Ti chiamai, due o tre volte credo:-Papà, Papà, mi senti, volevo salutarti, vado a letto che domani ho scuola!?-
Parve a tutti impossibile, restarono tutti attoniti.
Per un attimo ti fermasti, le tue braccia si abbassarono per la prima volta dopo giorni, voltasti il viso in direzione della mia voce, era evidente che non ci vedevi, tentasti di allungare una mano per trovare il mio volto seguendo la direzione della voce, con il viso cercai l'incontro con la tua mano che annaspava cercando ciò che gli occhi non potevano vedere.
Una carezza la tua, l'ultima, la più coraggiosa, la più amorevole.
Il magone mi stringeva la gola quasi a non farmi respirare, ma non volevo che scendesse una lacrima, non in quel momento, non davanti a tutti, non davanti a te.
Oggi sono convinta che, in quel momento, quella sera, entrambi già sapevamo che sarebbe stato il nostro ultimo momento di condivisione, il nostro ultimo "qui e ora".
Ricordo che stentai a prendere sonno.
Ad un certo punto della notte voci di sottofondo e le luci accese in corridoio mi svegliarono.
Fu terribile.
-Dobbiamo vestirlo finchè è caldo e prima che la bambina si svegli-.
Di nuovo quella sensazione, quel brivido carico di un gelo che veniva dall'oltretomba mi invase lungo tutto il corpo, il cuore batteva come non lo avevo mai sentito, appena udite quelle parole le avevo immediatamente collegate all'evento della morte, un colpo, come se qualcuno mi avesse tirato un pugno nel petto.
Era di nuovo lei, la paura.
Avevo compreso cosa fosse e compreso che altre volte l'avrei provata nel corso della vita.
E così è stato.
Partisti per l'altrove il 15 maggio del 1982, erano le due del mattino.
Ti ringrazio per i ricordi che mi hai lasciato, per le carezze e per le parole che sempre hanno avuto di carezze la delicatezza,
ma in particolare ti ringrazio per quell'ultima carezza che è stato il tuo modo per dirmi che non ci saremmo visti più ma che per sempre avresti vegliato su di me.
Non volermene se a Luglio ti porterò un fiore.
Grazie Papà.
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