Domenica ho voluto provare a visitare "La viarte",
non è proprio una sagra,
ma una specie di festa di paese che da anni si svolge nel paese di Cormons.
Da tantissimo tempo ne sentivo parlare in modo entusiasta dalle persone dei paesi limitrofi e ovviamente dagli abitanti di Cormons in primis.
Ogni anno, da più di dieci anni, si svolge sempre la penultima domenica di maggio.
Abito qua da settembre dell'anno scorso, unica condizione che mi ha spinto a dare un'occhiata.
Vi è tutto un percorso a tappe da seguire che dalla piazza del Comune porta sul sentiero Cret Paradis che sale, sale, sale, sino a raggiungere la cima del monte Quarin e la Rocca, mi sembrava un contesto carino.
In tutto mi pare otto o dieci tappe, non lo so con esattezza perché la mia voglia di completare il percorso si esaurita decisamente in fretta, penso che nel giro di un'ora la mia curiosità era già stata esaurita del tutto.
Il termine viarte in friulano significa apertura in particolare si vuole dare il benvenuto alla primavera, ma soprattutto rappresenta la caratteristica tipica della festa.
Infatti, le case private in quel giorno aprono i loro cortili offrendo ai visitatori cibo tipico friulano, vino e bevande.
L'idea di questa apertura mi dava la sensazione di un momento di "accoglienza" proprio per il fatto che una casa privata e i suoi cortili vengono aperti per un momento di condivisione e di incontro.
Beh, mi sono ricreduta in men che non si dica.
Non ho trovato nulla nell'atmosfera che mi desse l'impressione di essere accolta, un senso di fastidio e di refrattarietà dentro di me mi hanno assalito subito dopo aver dato le spalle al vecchio Palazzo Comunale, ancora prima di raggiungere l'imbocco del sentiero verso la ripida salita.
Accodata ad una marea di altre persone, questo prevedeva il tragitto, come una specie di mandria di buoi, che dovevano raggiungere la cima, li trovare la malga e iniziare a ruminare qualunque cosa stesse in bocca.
I soliti discorsi, che la troppa vicinanza di troppe persone ti impedisce di non sentire.
Gente ovunque, troppa, troppo rumorosa, musiche a tutto volume, nei vari cortili aperti, che si sovrapponevano le une alle altre e nonostante questo non riuscivano a coprire il brusio frastornante delle persone.
Diciamo che dopo i primi metri avevo già voglia di tornare a casa, ero assolutamente fuori posto, non a mio agio.
In questi anni ho avuto la possibilità di visitare molte sagre, in vari paesi e paesetti, è capitato di prendere qualche cantonata di tanto in tanto, ma solitamente, specialmente quelle nei territori più interni, in paesini più piccoli, che creano meno richiamo, ti danno veramente la sensazione di cordialità, modi di fare, modi di vita e sapori che sanno ancora delle cose buone di tanto tempo fa.
Ad un certo punto, credo che il colpo di grazia e il conato di vomito definitivo, me lo abbia dato una giovane mamma, sicuramente un donna di almeno una quindicina di anni più giovane di me, con la bimba, che non avrà avuto più di quattro anni.
La bimba era decisamente accaldata, stanca per la ripida salita e sicuramente affamata.
La mamma per spronarla e incoraggiarla ha saputo dirle delle cose, a mio avviso, spaventose e assolutamente fuori luogo, con un tono fastidioso, privo di qualunque tipo di comprensione e pazienza, soprattutto da dire a una bimba così piccola:
-Dai, dai, su, camminare e poche storie, vedrai quando sarai grande, cosa ti credi di trovare nella vita, solo salite e tutte belle ripide, allora capirai quanta fatica dovrai fare-
Ma porca miseria, perché in una giornata che dovrebbe essere piacevole una madre deve far vivere quel momento ad una bimba piccola come qualcosa che ha a che fare con lo spirito di sacrificio, con la fatica, con il senso di una difficoltà difficile da superare...?
L'avrei picchiata, veramente, l'istinto in quel preciso istante sarebbe stato quello di tirarle prima un bel colpo sul collo, visto che camminava davanti a me, e subito dopo un pugno in bocca con l'intento di farla tacere.
La vita, impariamo ben presto da soli, che è dura, ci disillude, si fatica, si lotta, si sbaglia, di tanto in tanto, ma sempre troppo raramente, si combina qualcosa di giusto e buono e probabilmente non durerà in eterno,
e da sola contribuisce a far nascere dentro di noi una buona dose di schifo e scazzo,
stanchezza e avvilimento.
Credo per questo che il compito di un genitore non è certo quello di nascondere la verità ai figli raccontando solo i lieti fini delle fiabe,
ma non è per contro nemmeno quello di far maturare in loro ansie e paure generando prematuri atteggiamenti di chiusura e fuga.
A quel punto ne avevo già abbastanza di quel posto, della gente, del fracasso, di tutto insomma,
avevo bisogno della mia bolla, la mia fidata bolla nella quale rannicchiarmi e sentirmi lontana dal tutto che non voglio,
ho compreso rapidamente che era il momento di tornare a casa,
un secondo in più sarebbe stato fatale per il mio equilibrio che già di suo è scarso.
Così ho fatto e per fortuna.
Capitolo Viarte chiuso e archiviato,
a mai più.
martedì 24 maggio 2016
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