Ieri la giornata di riposo dopo lo smonto notte.
L'impegno che mi sono presa, da qualche settimana a questa parte, è quello di scegliere una meta ogni fine turno e compiere quella che chiamo "Viandanza", visto che escursionista non mi posso definire.
Come già detto, per migliorare la conoscenza dei molti luoghi montani e pedemontani raggiungibili nelle Prealpi e Alpi Giulie sto raccogliendo le guide di "Sentieri e Natura", dovrò aimè tralasciare le due guide dedicate alle ferrate in alta montagna e all'arrampicata, un mondo che mi affascina assolutamente ma che non sarò mai più in grado di accarezzare se non nei racconti di altri, come capitato in passato, o leggendone su manuali e guide...
La giornata non inizia sotto i migliori auspici, l'umore appare nel mio sentire come velato, e forse qualcosa di più, da una strana sensazione di non serenità che ultimamente mi appartiene abbastanza, il mio Viandare e il mio desiderio di conoscenza e orientamento spero, che con il tempo, mi aiutino a domare soprattutto questi stati d'animo altalenanti e destabilizzanti.
La scelta questa volta va per L'Anello di Bedovet in zona Alesso.
Si parte da quota 502 mt per arrivare a 1064, 600 mt di dislivello per una lunghezza di 8.6 km.
Per quanto mi piacerebbe far di più e mettermi alla prova con qualche difficoltà più decisa al momento non riesco a far più di questo.
Il luogo è raggiungibile percorrendo l'autostrada sino a Gemona, usciti dal casello facilmente si seguono le indicazioni per Trasaghis e lago di Cavazzo, la strada è la regionale 512, dopo Trasaghis in poco tempo si arriva nei pressi di Alesso, li prima di raggiungere il centro del paese si imbocca una evidente deviazione sulla sinistra che porta presso un ampio parcheggio a pagamento.
Li troviamo il cartello che indica la direzione per Malga Armentaria, una strada in salita con una serie di tornanti importanti, si sale sino ad arrivare in un punto della strada in cui a sinistra inizia il sentiero forestale mentre sulla destra un piccolo spiazzo con una pedana di colore arancione dà l'idea di un piccolo parcheggio dove poter lasciare l'auto, un primo abbraccio dai monti che sormontano quella zona, il Monte Gran Pala dà il suo benvenuto.
L'imbocco del sentiero non è segnalato da cartelli, ne del CAI, ne della Forestale, quindi bisogna fare attenzione in quanto salendo ulteriormente, quattro o cinque curve più su, ci si trova di fronte ad uno sterrato assolutamente improponibile da percorrere con l'auto.
Il tratto nel bosco è piuttosto esteso, anzi caratterizza tutta la tratta, inizialmente più chiuso e fitto, nella seconda parte del percorso decisamente più aperto e arioso.
Le condizioni atmosferiche sono stupende, il forte vento che era presente a valle ora si è come dissolto, fa caldo, è necessario togliere la giacca, rimane la maglietta con le mezze maniche e comunque si suda.
Il bosco è meraviglioso e evocativo di tempi lontani, di un fare antico, sa di quella fantasia e leggenda che da sempre lega l'immaginario di molti di noi alla vita nel mondo dei boschi.
Alla base degli alberi per tutta la prima parte del sentiero le eriche fanno le padrone di casa, albero dopo albero, quasi a voler indicare la strada.
Si incontrano moltissimi Stavoli, costruzioni rurali di montagna, tipiche della Carnia e del Canal del Ferro, territori alpini della regione Friuli-Venezia Giulia, indicano un ricovero per animali domestici: infatti in friulano stali, che corrisponde al maschile di stale ossia "stalla"
Durante la salita, a tratti anche impegnativa e costante tanto da farsi sentire sulle gambe, in particolare sui polpacci, si guada più volte successivamente il Riu dal Boschet, i primi tratti sono asciutti, salendo fa compagnia il delicato scivolare sulle rocce dell'acqua cristallina, viene quasi voglia di togliere le scarpe e mettere i piedi a bagno per un po'.
I miei problemi con le scarpe continuano a farsi sentire, non sono mai state adeguate a quanto promettevano le loro caratteristiche di scarpa Treking, continuo a usarle nella speranza che usandole si lascino addomesticare o che i miei piedi si adattino a loro, ma è un tormento ogni volta.
L'arrivo a Forchia Amula, identificato come punto di sosta a quel punto assolutamente necessaria, si riconosce per la presenza di uno Stavolo diroccato e una tavola con panchine laterali, qui ci si può rifocillare un attimo prima di rimettersi in cammino.
Da quel punto inizia una importante salita, impegnativa, sfiata e sfianca, a tratti dentro il greto del rio, si arriva così a quota 1002 mt, dove altri Stavoli, caratteristica di tutto l'itinerario, denominati "Stavoli Jof" rendono l'idea di vecchie vite appartenute al bosco.
Qui attenzione, per raggiungere la cima del monte Bedovet, e godere del panorama offerto dalla sua quota di 1067 mt, ci si deve inoltrare in salita, abbandonando il sentiero sin li seguito, un fuori pista non segnato per i restanti 65 mt di dislivello arrivando così in poco tempo agli spazi erbosi che dal monte si affacciano sul panorama dei monti a ridosso del fiume Tagliamento, altrimenti seguendo i cartelli e la mappa il percorso porta immediatamente sulla strada del ritorno facendoci compiere l'anello senza portarci in vetta.
Tornando sui propri passi si riprende il sentiero per gli stavoli Jof, in breve il sentiero inizia a discendere con una certa prepotenza, si perde quota in maniera decisa, nel giro di circa trenta minuti si arriva alla fine del sentiero trovandosi sulla strada dissestata più che sterrata da imboccare in discesa verso destra che in circa altri venti minuti di cammino porterà al punto di partenza.
Itinerario non difficile, in quattro ore e mezza , forse anche meno, sarebbe possibile completare l'anello, ieri sicuramente la condizione fisica e mentale non era quella della volta precedente, le gambe pesanti, i piedi doloranti, perfino il rapporto con lo zaino non è stato proprio un sodalizio come di solito accade, condizione mentale che è mancata quasi del tutto se non piccole riprese a tratti, nei punti più ostici del percorso durante i quali per progredire dovevo attaccarmi a qualche tronco o toccare la roccia con le mani o la terra, ecco, tutte sensazioni che mi rassicurano, mi calmano, mi placano.
La vista di due giovani Camosci sulla strada del ritorno ha allietato non poco, quasi li a salutare, per un arrivederci, chissà, sono stati li fermi immobili, sguardo fisso, a distanza di pochi metri, tanto che ho pensato si potesse correre il rischio di qualche cornata, ovviamente non è stato possibile fotografarli, al primo movimento hanno fatto due salti folgoranti e si sono come lanciati giù per la scarpata scomparendo all'interno del bosco sottostante.
A segnare la fine di una giornata bella ma non facile una mia rovinosa caduta, proprio in dirittura d'arrivo verso l'auto, non so come, il corpo si è come afflosciato di botto sull'asfalto, un tonfo da brivido sul fianco sinistro, un ginocchio sbucciato, e una strisciata sul fianco.
E anche oggi porto a casa una di quelle che a me piace chiamare
"Le mie ferite di guerra".
Non avrò ancora vinto la guerra ma questa battaglia si....




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